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Per molto tempo non avevano preso sul serio quel consiglio della zingara, per loro era molto difficile staccarsi dalla comunità. Solo alla fine degli anni Sessanta avevano deciso di lasciare Odessa e di trasferirsi a Bender, nella nostra città, dove Bosja aveva messo in piedi la sua piccola attività commerciale e si era dato a quei suoi misteriosi affari di cui nessuno sapeva niente di preciso, che lo avevano fatto diventare presto ricco.

Quando Bosja e sua moglie erano nell’età in cui di solito si diventa nonni, era nata Faja.

Quei tre formavano una bella famiglia e, come diceva spesso nonno Kuzja, erano «gente che sa come vivere felice».

Dunque, per tornare a noi, quel freddo mattino di febbraio io e Mei siamo passati da Bosja per prendere una pianta, e lui come sempre ci ha accolti con buone parole:

— Ohi me, ma non avete altro da fare con un freddo cosi?

Era meglio se parlavo io, perché il dialogo tra Mei e il vecchio Bosja sarebbe stato piuttosto complicato.

— Siamo qui per zia Katja. Per un affare, insomma.

Bosja mi ha guardato da sopra gli occhiali e ha detto:

— Meno male che qualcuno riesce ancora a fare affari, io è una vita che sbatto contro queste pareti e non sono riuscito a concluderne neanche uno!

Mi sono arreso subito, senza cominciare lo scambio di ironie, anche perché cercare di batterlo era come fare una gara di corsa con un ghepardo.

Come sempre, spingendo con un gesto un po’ indifferente un piattino verso di noi, ci ha offerto le sue schifose caramelle pietrificate. Sapeva bene che erano terribili, la sua era una specie di presa in giro rituale. Noi le prendevamo ogni volta, ci riempivamo le tasche e lui ci guardava sorridendo, ripetendo la frase:

«Mangiate, mangiate ragazzi, basta che non vi partano i denti…»

Quando sua moglie lo beccava mentre faceva quello scherzo crudele, si arrabbiava con lui e obbligava noi a svuotare le tasche e buttare nelPimmondizia le caramelle. Poi Elina ci portava a casa sua e ci offriva il tè con i biscotti ripieni di crema di burro, i più buoni al mondo.

Qualche mese prima avevo rivelato a Bosja il segreto delle sue caramelle e lui era rimasto stupito, perché credeva che in tutti quegli anni noi le avevamo mangiate. «Le abbiamo usate come pietre, — gli avevo detto, — per tirare con le fion-de». Contro i vetri del distretto di polizia, per la precisione: erano micidiali, soprattutto le caramelle pietrificate al gusto di lampone. Una sera avevo centrato per scherzo il ginocchio di Mei con una di quelle: era gonfiato tutto, per sei mesi erano andati avanti a scaricargli l’acqua dal ginocchio con una siringa.

Io e Mei ci siamo presi le nostre caramelle in silenzio e abbiamo scelto una piccola pianta da regalare a zia Katja.

Però non posso parlare di fionde cosi, senza spiegare per bene cos’erano, le nostre fionde.

Ognuno di noi si costruiva la sua fionda da solo, dall’inizio alla fine, per questo erano diverse tra loro e in qualche maniera rispecchiavano l’individualità dei loro padroni. Il telaio della fionda doveva essere esclusivamente di legno. Era considerato un lusso il telaio sottile, fatto di legno morbido, ma resistente. Ognuno aveva il suo segreto che teneva per sé, e se a qualcuno piaceva la fionda di un altro poteva comprarla о farsela regalare da lui in segno di amicizia.

La fionda doveva essere tenuta sempre in tasca, come il coltello, solo all’età di tredici-quattordici anni veniva sostituita dalla pistola. Ma io ho portato la mia fionda con me anche più tardi, fino ai diciotto anni.

Mio nonno in Siberia faceva le pipe per fumare tabacco usando le radici di alberi locali, о varie specie di cespugli. Con il suo aiuto avevo trovato un tipo di legno perfetto per le fionde: era il mio grande segreto strategico, i miei amici hanno cercato tante volte di farmi parlare ma io ho sempre resistito, come un bravo partigiano sovietico nella prigionia nazifascista.

Le mie fionde erano più sottili di tutte, e la parte in cui si montavano gli elastici era cortissima e stretta: questo serviva per fare dei lanci più lunghi e precisi, perché gli elastici lavoravano come un unico elastico.

Come elastici di solito usavamo le vecchie camere d’aria delle biciclette, ma spesso non assicuravano un lancio soddisfacente. Decisamente migliori erano i lacci emostatici che trovavamo nei pacchetti militari di primo soccorso: insomma, quelli che si usano per stringere le arterie, per fermare la perdita di sangue. Con i lacci, se venivano montati bene, riuscivamo ad avere una forza di lancio micidiale: a distanza di cento metri, una pietra rotonda о un bullone di ferro di diametro quattordici — о una caramella di nonno Bosja — facevano un bel buco in una finestra, e potevano ancora spaccare qualcosa dentro il salone. Ma l’elastico più micidiale di tutti era di mia invenzione: quello prelevato dalla maschera antigas del modello militare sovietico.

Anche fissare l’elastico era una specialità di ognuno di noi, io preferivo un montaggio un po’ più complicato ma sicuro, i miei elastici non saltavano mai (per questo non mi sono mai preso un colpo di elastico sul naso о nell’occhio, che fa un casino male). Io usavo un filo sottile, girato intorno all’elastico tante volte e legato con un semplice nodo da pescatore. Per sicurezza poi ci spalmavo sopra un po’ di succo di pane masticato, che creava una specie di sostanza che somigliava alla colla ma non faceva seccare il filo.

Al centro dell’elastico veniva sistemato il pezzo di cuoio dove poi si metteva l’oggetto da lanciare. Io usavo del cuoio non molto spesso ma resistente, perché se era troppo spesso faceva le crepe e poi si rompeva.

C’erano tanti piccoli trucchi per migliorare le capacità balistiche della propria fionda, ma certo dovevi avere tra le mani una buona base di partenza. Ad esempio, quando era possibile, io bagnavo sempre un po’ il telaio della fionda prima di lanciare, cosi si ammorbidiva ed ero sicuro di poterlo sfruttare al meglio senza romperlo. Poi ho cominciato a ungere tutti i legamenti della fionda: questo assicurava più precisione, perché eliminava quei piccoli movimenti di materiali secchi che potevano influenzare la traiettoria.

Sono stato io a inventare il modo per incendiare le macchine della polizia nel cortile del distretto, usando la fionda.

Quel cortile era circondato da un muro altissimo, per riuscire a buttarci qualcosa dentro dovevi avvicinarti troppo e ti beccavano subito, appena ti vedevano arrivare. Le bottiglie molotov erano troppo pesanti da lanciare, e tutte le volte che ci provavamo finivano contro il muro, non arrivavano neanche a metà. Alla fine noi ci guardavamo sempre con le orecchie basse, pensando che tutto lo sforzo che avevamo fatto per preparare quelle bottiglie si bruciava in un istante su quel muro grigio. Avevamo cominciato a perdere la fiducia in noi stessi, finché un giorno non ho messo le mani nel mobiletto dei superalcolici di mio zio. Ho trovato tante piccole bottiglie con vari liquori, insomma quelle bottigliette per nani alcolisti. Le ho svuotate un po’, tanto mio zio era in galera e in ogni caso non mi avrebbe sgridato, visto che ne stavo facendo buon uso. Ho fabbricato una mini-molotov, poi ho costruito una fionda apposta, un po’ pili robusta del solito, e dopo aver fatto le prime prove, superate alla grande, ho preparato una cassa piena di mini-molotov (che abbiamo chiamato «mignon») e una decina di fionde per lanciarle.

Siamo andati in un posto, una vecchia tipografia abbandonata vicino al distretto di polizia: da li si apriva un bel panorama sui nostri bersagli. Ci siamo posizionati per bene, e come una batteria di cannoni di guerra abbiamo lanciato il primo colpo. Sparavamo in dieci, uno tirava la fionda con la bottiglietta e da dietro un altro, sincronizzato con i compagni, accendeva la sua bottiglia e quella del vicino contemporaneamente, con due accendini pronti. Le nostre bottigliette partivano in una maniera spettacolare, mi sembrava di sentirle fischiare come pallottole: quando le vedevo attraversare il muro del distretto — e sentivo le piccole esplosioni seguite dalle grida degli sbirri e dai primi segni di fumo nero, che come fantastici draghi si alzavano in aria — mi veniva da piangere tanto ero contento e felice.