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– Meglio dormirci sopra. C'e altro?

– Sono alle Stillwood Heights. In una enorme villa dove si sta allestendo una sala da gioco, nonostante il parere contrario degli abitanti della zona.

– Ho letto qualcosa in proposito. Steelgrave e li?

– E qui. Sono solo con lui.

Un altro silenzio. Il ragazzino strillo e mi parve di udire l'eco di uno scapaccione. Il ragazzino strillo piu forte. French urlo dietro a qualcuno.

– Fatelo venire al telefono – mi disse finalmente.

– Non siete molto sveglio, stasera, Christy. Perche chiamerei proprio voi?

– Gia – fece lui. – Che stupido. Qual e l'indirizzo?

– Non lo so. Ma la villa e in fondo a Tower Road, sulle Stillwood Heights, e il numero telefonico e nove cinque zero tre tre, centrale di Halldale. Vi aspetto qui.

Il tenente ripete il numero, poi disse adagio:

– Questa volta aspettate, eh?

– Doveva pur venire la volta buona.

La comunicazione si interruppe, e io deposi il ricevitore.

Rifeci il giro della casa, accendendo le luci man mano che trovavo gli interruttori e uscii dalla porta posteriore che dava sulla gradinata. C'era un riflettore nel cortile delle macchine. Accesi anche quello poi scesi la scala e mi diressi alla macchia di oleandri. Il cancello della via privata era aperto, come prima. Lo chiusi con violenza, agganciai la catena e feci scattare il lucchetto. Tornai lentamente sui miei passi guardando la luna, odorando l'aria notturna, ascoltando i grilli e le raganelle. Sulla facciata c'era un grande parcheggio e un prato tondeggiante pieno di rose. Ma bisognava sgattaiolare sul retro della casa, per potersene andare.

Il luogo era un vicolo cieco, a parte il viale che correva lungo la tenuta d'un vicino. Mi domandai chi potesse essere, quel vicino. Molto lontano, fra gli alberi, scorgevo le luci di una grande casa. Un pezzo grosso di Hollywood, probabilmente, un asso del bacio bavoso e della dissolvenza pornografica.

Ritornai nella grande sala e tastai la rivoltella che avevo appena sparato.

Era abbastanza fredda. Quanto al signor Steelgrave cominciava ad aver l'aria di voler rimanere morto in definitiva.

Niente sirena. Ma il rombo di una macchina che saliva la collina, finalmente. Scesi a incontrarla. Io e il mio magnifico sogno.

CAPITOLO XXVIII

Entrarono come dovevano, grossi, rudi, flemmatici, con gli occhi irrequieti, guardinghi, pieni d'incredulita.

– Bel posticino – osservo French. – Dov'e il cliente?

– La – annunzio Beifus, senza aspettare la mia risposta.

Attraversarono la stanza senza fretta e si piantarono davanti al cadavere, osservandolo con aria solenne.

– Piuttosto morto, no? – osservo Beifus, dando inizio alla commedia.

French si chino e raccolse la rivoltella che giaceva al suolo reggendola per la guardia del grilletto, col pollice e l'indice. Poi diede una rapida occhiata da un lato e fece un cenno col mento.

Beifus sollevo l'altra rivoltella dall'impugnatura bianca infilando una matita nella canna.

– Le impronte digitali saran tutte al posto giusto, spero – disse Beifus e annuso l'arma. – Oh, si, questo giocattolino si e dato da fare. Che ne e del tuo, Christy?

– Ha sparato – dichiaro French, e fiuto di nuovo. – Ma non di recente. – Trasse di tasca una torcia elettrica a matita e diresse il fascio di luce nell'interno della canna. – Ore fa.

– A Bay City. In una casa di Wyoming Street – dissi.

– Tirate a indovinare? – mi chiese French lentamente.

– Si.

Il tenente si avvicino al tavolo coperto e depose la piccola automatica a una certa distanza dall'altra.

– Ci conviene contrassegnarle subito, Fred. Sono gemelle. Firmeremo entrambi le etichette.

Beifus annui, si frugo in tasca e pesco un paio di etichette con due spaghi a un capo; il genere di cose che i poliziotti si portano sempre dietro.

French torno da me.

– E adesso smettiamo di lavorare di fantasia e veniamo a quel che sapete veramente.

– Una ragazza che conosco, questa sera mi ha telefonato che una mia cliente era quassu; minacciata di morte… da lui. – E col mento indicai il cadavere, sulla poltrona.

– Poi e venuta a prendermi e mi ha condotto qui in macchina. Siamo passati dal posto di blocco. Ci hanno visti in parecchi. Dopo di che la ragazza mi ha lasciato qui sul retro della villa ed e tornata a casa sua.

– Questa ragazza ha un nome? – volle sapere French.

– Dolores Gonzales. Casa-albergo Chateau Bercy, Franklin Avenuc. E un'attrice del cinema.

– Oh oh! – esclamo Beifus roteando gli occhi.

– Chi sarebbe la vostra cliente? La stessa ragazza?

– No. Un'altra.

– Ha un nome?

– Non ancora.

Si voltarono a fissarmi coi visi duri, tesi. La mandibola di French si mosse, quasi con uno scatto. Ai lati del viso gli si profilarono due groppi di muscoli.

– Inventate delle regole nuove, eh? – domando sommessamente.

– Bisognera che ci mettiamo d'accordo sulla questione pubblicita – affermai. – Il Procuratore Distrettuale dovrebbe esser disposto a collaborare.

– Non conoscete bene il Procuratore Distrettuale, Marlowe – m'informo Beifus. – Si pappa la pubblicita come io mi pappo i pisellini freschi di giardino.

– Non vi possiamo dare nessuna garanzia – dichiaro Frencti.

– Allora la ragazza non ha nome.

– Abbiamo una dozzina di sistemi per scoprirlo, cocco – mi informo Beifus. – Perche intestardirvi e rendere le cose difficili a tutti?

– Niente pubblicita, a meno che non vengano formulate accuse specifiche – dissi.

– Non ve la caverete Marlowe.

– Oh, perdio! – esclamai. – Quest'uomo ha ucciso Orrin Quest. Portate quella rivoltella alla centrale e fate un controllo coi proiettili che avete estratto dal cadavere di Quest. Concedetemi almeno questo prima di costringermi in una posizione impossibile.

– Io non vi concederei nemmeno un fiammifero usato – replico French.

Non gli risposi. Lui mi fisso con un odio freddo negli occhi. Mosse le labbra adagio e domando con voce rauca, faticosa:

– Eravate presente, quando gli han fatto la pelle?

– No.

– Chi c'era?

– Lui – dichiarai, voltandomi a guardare il cadavere di Steelgrave.

– E chi altri?

– Non vi mentiro – promisi – ma non vi diro niente di quel che non vi voglio dire… se non alle condizioni che vi ho proposto. Non so chi c'era, quando l'hanno freddato.

– Chi c'era, qui, quando siete arrivato?

Non risposi. French volto il capo lentamente e brontolo a Beifus.

– Mettigli le manette. Per di dietro.

Beifus esito. Poi trasse dalla tasca posteriore dei calzoni un paio di manette di acciaio e mi venne vicino.

– Mettete le mani dietro alla schiena – ordino, a disagio.

Obbedii. Lui mi fece scattare i braccialetti ai polsi. French si avvicino lentamente e mi si pianto di fronte. Aveva gli occhi semichiusi. La pelle, tutt'intorno, era grigia di fatica.

– Adesso faro un discorsetto – annunzio. – E a voi non piacera.

Non apersi bocca. French disse:

– Le cose stanno cosi, per noi, figlio. Siamo questurini, e nessuno ci puo vedere. E come se non avessimo gia abbastanza guai ci capitate anche voi. Come se non ci prendessimo gia abbastanza strapazzate dai grandi uomini che hanno gli uffici di lusso in municipio. Dal Capo diurno, dal Capo notturno, dalla Camera di Commercio, da Sua Eccellenza il sindaco che ha un ufficio tutto pannelli, grande quattro volte le tre pidocchiosissime stanze in cui deve lavorare l'intera squadra omicidi. Come se non avessimo dovuto sbrogliare centoquattordici omicidi, l'anno scorso, chiusi in tre stanzucole dove non ci sono nemmeno abbastanza sedie per far sedere tutta la squadra di turno. Noi passiamo la vita a frugare tra la biancheria sporca, e ad annusare denti marci. Andiamo su per una scala buia per arrestare qualche tisicuzzo imbottito di stupefacenti, e alle volte non arriviamo fino in cima, e le nostre mogli non ci vedono arrivare a cena, quella sera e tutte le altre sere. Non torniamo a casa piu. E le sere che torniamo siamo cosi brutalmente stanchi che non riusciamo ne a mangiare ne a dormire e nemmeno a leggere le balle che i giornali stampano sul nostro conto. Cosi ce ne stiamo svegli al buio, in una casa miserabile, in una strada miserabile e ascoltiamo gli ubriachi, in fondo all'isolato, che fan cagnara e si divertono. E appena cominciamo ad appisolarci il telefono suona e tutto ricomincia da capo. Niente di quel che facciamo va bene. Mai. Non una volta. Se otteniamo una confessione l'otteniamo a forza di cazzotti, dicono, e qualche avvocato dei miei stivali ci chiama Gestapo in pieno tribunale e ci da la baia, se, deponendo, facciamo gli errori di grammatica. Se ne combiniamo una storta ci rimandano in divisa, a fare la ronda in Skid Row e noi passiamo le belle sere d'estate a tirar fuori gli sbronzi dai fossi, a farci urlar dietro dalle puttane e a strappare coltelli di mano ai messicani. Ma tutto questo non basta, per la nostra completa felicita. Ci volete anche voi.