Marli emise un gemito sconsolato, mentre Enin scoppiava a ridere.
Il pomeriggio seguente, finito il lavoro, Fiord si sorprese a camminare verso la casa di sua madre. Le giornate cominciavano ad allungarsi, e l’aria era colma di profumi delicati, impalpabili. Il crepuscolo tingeva il mare di colori tenui, cangianti come seta. Il regno marino sembrava quasi affiorare in superficie, nascosto da un sottile velo d’ombre. Fiord trovò la madre appoggiata al cancelletto, gli occhi fissi sull’orizzonte. Alle sue spalle, l’orto si allineava in ordinati filari di germogli verdi; stranamente, non si notavano erbacce.
Vedendola arrivare lungo il viottolo, la madre sorrise e aprì il cancello; e per un po’ rimasero entrambe in silenzio a guardare il mare. Poi gli occhi di Fiord scivolarono sulle mani di sua madre: aveva le dita sporche di terriccio, e una striscia di fango sulla guancia.
«Hai lavorato nell’orto!»
«Be’, ho pensato di cavar via un po’ di cardi. Mi sembrava una bella giornata per un lavoretto del genere.» La sua voce appariva meno stanca del solito e le rughe sul viso meno profonde. Un pensiero improvviso s’insinuò nella mente di Fiord: che il mare avesse lasciato libera anche lei?
Seguirono insieme il rientro dei pescherecci, e quando anche l’ultimo ebbe varcato la bocca del porto, la madre sospirò: non di tristezza, parve a Fiord, ma di sollievo, perché tutti erano tornati sani e salvi.
«Mi manchi, bambina» disse la madre. «Di colpo la casa mi sembra terribilmente vuota. Pensi che ti piacerebbe tornare a vivere qui?»
Fiord alzò gli occhi a guardarla. Anche la capanna della vecchia, in quegli ultimi giorni, le dava la stessa impressione: troppo silenziosa, troppo vuota, vuota come il suo cuore.
«Tornar qui?» mormorò.
«Non ti ho mai chiesto dove abitavi, in tutto questo tempo.»
«Nella capanna della vecchia, sotto la scogliera. Mi ci sono stabilita dopo che lei è scomparsa.»
«L’avevo intuito» annuì la madre. «Certe volte mi capitava di pensarci, e immaginavo appunto che tu fossi là. Chissà dov’è andata, la vecchia!»
«Forse…» bisbigliò Fiord «… forse nel mare. Forse qualcuno… qualche creatura degli abissi, le ha lasciato una perla sulla porta di casa e le ha fatto sentire il suo canto. E lei ha seguito quella voce.»
«Non c’è nessun paese in fondo al mare, l’hai detto tu.»
«Be’…» sospirò Fiord, la mente immersa nei ricordi. «Non è che io sappia proprio tutto, non ti pare?»
«Credi che ti piacerebbe tornare qui?»
Fiord si voltò a guardare la casa. L’uscio era aperto, e un’ultima chiazza di luce si allungava attraverso la soglia. Sarebbe stato bello avere qualcuno con cui parlare, pensò, adesso che sua madre parlava di nuovo.
«Forse» disse. «Per un po’.»
«Ti servono dei vestiti nuovi, bambina.»
«Lo so. Non ci penso mai, a queste cose.»
«Stai ancora crescendo.»
«Lo so.» Staccò una scheggia dal cancello e prese a rigirarsela tra le dita, distrattamente, con gli occhi che vagavano sul mare.
S’era dissolta anche l’ultima luce, e lungo l’orizzonte si stendeva una sottile fascia azzurra, l’ombra della notte.
Sospirò di nuovo. Cosa le importava dove vivere? «D’accordo» decise. «Del resto cominciavo a stufarmi di cucinare.» Si sentì bruciare la gola, improvvisamente. «Che importa?» bisbigliò, inghiottendo quel nodo di fuoco.
In silenzio, sua madre la strinse fra le braccia. Il mare cominciava a imbrunire, l’ombra della notte si dilatava in un blu profondo, catturando le tonalità più cupe della madreperla…
Qualcuno fischiò nel buio. Fiord trasalì; le era sembrato che il fischio balzasse dalla strada al cancello, in un lampo.
«Lyo!»
«Santo cielo!» esclamò la madre, allarmata.
Ritto sul mucchio di erbacce, Lyo le dedicava un compitissimo inchino.
«Questo è Lyo» spiegò Fiord. «Il mago che ha trasformato in fiordalisi la catena d’oro.»
«Quale catena d’oro? Quali fiordalisi?» la madre era stupefatta.
«Dove hai preso quel vestito?» chiese Fiord. Lyo non indossava più la sua logora giubba di pelle macchiata di ginestroni, né il mantello di lana, ma una lunga tunica da mago, ricamata d’oro. Lo faceva apparire più alto, più imponente; anche i capelli sembravano più lisci e composti.
«È stato il re a darmela. Ha detto che cominciavo a odorare un po’ troppo di salmastro.»
«Oh. Ti dà un’aria molto… molto…»
Il giovane annuì, imperturbabile: «Grazie. Per il momento la tengo. Anche se mi sarà d’impaccio, prevedo, quando dovrò remare.»
«Hai intenzione di farlo?»
«Cosa?»
«Tornare in mare a riprendere l’oro. í pescatori continuano ad assillarmi.»
«Oh» commentò lui, ridacchiando.
«Allora, lo farai?»
«Non esattamente.»
Fiord lo scrutò perplessa. I suoi occhi continuavano a mutare misteriosamente colore, il verde tenero dei germogli, il bruno della terra… L’attraevano in modo irresistibile, ma riuscì a distogliere lo sguardo. «Come sta il drago?» gli chiese, visto che non intendeva parlarle dell’oro.
«Aidon» disse Lyo. «Il re ha deciso di chiamarlo Aidon.»
«Ha imparato a parlare senza fatica?»
«Migliora di giorno in giorno. Adesso gli sto insegnando a leggere. Ieri abbiamo fatto lezione di aritmetica, addizionare e sottrarre fiordalisi. Ed è appunto per questo che io…»
«Un drago parlante di nome Aidon!» l’interruppe la madre. «Ma che cosa dite? Un drago che legge?»
Lyo inarcò le sopracciglia: «Non gliel’hai detto?»
«No.»
«Dirmi cosa? Quale drago? Quale catena d’oro?» Era più che mai allibita. Scrutò la figlia; poi scrutò il mago dagli strani occhi cangianti. Vide che i due si scambiavano uno sguardo incerto. «Fiord, che cosa hai combinato mentre io non facevo attenzione?»
Fiord sospirò profondamente: «Ecco… è un po’ difficile da spiegare.»
«Allora sarà il caso che entriate in casa tutti e due, e mentre preparo la cena mi spiegherete l’intera faccenda» disse la madre, in tono perentorio: era tornata quella di una volta, pensò Fiord, e le salì nella gola un improvviso gorgoglio di risatine.
Mentre la madre affettava carote e cipolle, Lyo si sedette al focolare e cominciò il lungo racconto. Fiord continuava a interromperlo, ad aggiungere dettagli, finché Lyo si arrese e lasciò che fosse lei a proseguire. La madre ascoltava a bocca aperta, il coltello in una mano, una cipolla nell’altra. Il suo volto era acceso, mobilissimo. I vari episodi della storia la fecero ridere, o piangere, e quando Fiord descrisse l’ultimo incontro fra il re e la donna del mare, sotto la luna, una gran pace le si adagiò sul volto, come l’acqua che torna tranquilla dopo una burrasca. Aveva concluso il suo viaggio nel mare, intuì Fiord: era tornata al suo mondo quotidiano, quel mondo familiare in cui cantava vecchie ballate marinaresche e conosceva il nome di tutte le conchiglie sulla spiaggia.
Finita la storia, rimase assorta in un lungo, lungo silenzio. Fiord capì cosa stava vedendo: il vivido, sconfinato, fugace sentiero del tramonto, che scintillava tra le guglie.
Poi la madre abbassò gli occhi sulla cipolla che teneva in mano e finalmente si scosse: «Ma guarda» mormorò. «Ma guarda.»
«In parte è per questo che sono venuto qui» disse Lyo. «Il drago sente la mancanza di Fiord.»
«Posso indovinare il motivo. È la prima ragazza che ha visto in vita sua.»
«Sì» ammise Lyo, con una smorfia bizzarra. «Sì. Perciò il re desidera che Fiord prenda in esame l’idea di venire alla residenza estiva, per far lezione a suo figlio.»
«Dopo il lavoro, vuoi dire?» domandò Fiord, sbalordita.