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«Non credergli!» Vicky ridacchiò e si strinse a Forest.

Hutchman si guardò attorno, afferrò una sedia Hepplewhite che suo suocero aveva regalato a Vicky l’anno prima e, con un colpo di machete, spaccò in due lo schienale. Vicky gridò, l’atto di vandalismo fece effetto su Forest che marciò, dritto, verso la porta. Lei fece qualche passo per seguirlo, poi, di colpo, si fermò.

«Non è stata un’idea geniale, rovinare quella seggiola» disse, con distacco. «Valeva un mucchio di soldi.»

Hutchman aspettò che la macchina, di fuori, se ne andasse: allora parlò. «Dimmi una cosa. Era la prima volta che il tuo… ospite veniva qui?»

«No, Lucas.» La voce di Vicky era assurdamente tenera. «No, non era la prima volta.»

«Quindi…» Adesso che non c’erano più estranei davanti a cui fingere, Hutchman si trovava, per la seconda volta in un’ora, a confronto diretto con la realtà. Decise di prenderla di petto. «Allora sono arrivato tardi.»

«Troppo tardi!» Di nuovo la tenerezza crudele.

«Vorrei farti capire come ti sei sbagliata, Vicky. Io non ti sono mai stato infedele. Io…» Hutchman s’interruppe, perché aveva il petto stretto in una morsa di dolore. Tutti questi anni, pensava. Tutti gli anni belli, gettati via. E per che cosa?

«È stata colpa tua, Lucas. Sii abbastanza uomo per affrontare tutto questo senza piangere.» Vicky, mentre parlava, accese una sigaretta e, dietro il fumo, aveva gli occhi duri e trionfanti.

«Va bene» riuscì a dire lui e, per un secondo, gli parve di vedere, tra loro due, la macchina anti-bomba. «Ti prometto che lo supererò.»

5

«Se avete qualcosa di più o meno privato che interferisce nel vostro lavoro, perché non me lo dite?» Arthur Boswell, capo del dipartimento ricerche missilistiche della Westfield, s’infilò gli occhiali cerchiati d’oro e osservò attentamente Hutchman. Gli occhi, dietro le lenti, erano azzurri e molto inquisitori.

«Non c’è alcun problema particolare, Arthur.» Hutchman fissava l’uomo più anziano di lui, dietro il tavolo in legno di rosa, chiedendosi se non era meglio ammettere una crisi personale se questo voleva dire stare in pace per alcuni giorni, in ufficio.

«Capisco.» Lo sguardo di Boswell errò con nostalgia attorno all’ufficio spazioso, con i muri pieni di fotografie di lanci di missili di vent’anni prima. «Recentemente, non vi ho visto niente bene, Hutch.»

«Ah, no.» Anche lui si guardava attorno, cercando una risposta adatta ma pensando che quelle fotografie di missili erano assolutamente fuori posto, nell’atmosfera che voleva creare Boswell. Sarebbero state meglio alcune incisioni di vecchi aerei, dell’epoca di Asquith e Lloyd George, con ali fragili, come gli uccelli. «È che da un po’ di tempo non riesco a dormire. Immagino che dovrò andare dal medico a farmi dare qualche pillola.»

«Il sonno è importante. Non si può farne a meno per lungo tempo» proclamò Boswell. «E perché non riuscite a dormire?»

«Non c’è un motivo particolare.» Devo inventarne uno, pensò Hutchman. Arthur ha in mente qualcosa.

«Sto pensando di darvi un assistente, Hutch.»

«Non ne ho bisogno» rispose Lucas, improvvisamente scocciato. L’ultima cosa che desiderava era un estraneo che ficcasse il naso nel suo ufficio. «Voglio dire, un assistente è inutile. Entro un paio di settimane il lavoro sarà finito, e uno nuovo, per orientarsi, impiega lo stesso tempo.»

«Due settimane?» Boswell si fissò su quella data precisa. «Va bene, ma non possiamo dedicarvi molto di più. La direzione vuole che entro il prossimo mese si giunga a una decisione finale sul Jack-and-Jill.»

«Mi bastano due settimane» lo rassicurò Hutchman. Uscì dall’ufficio di Boswell, mentre l’ultimatum che si era autoimposto gli martellava nelle orecchie. Salì negli uffici meno lussuosi dove lavorava il gruppo Razzi e Missili della Westfield. Due settimane erano il tempo giusto per informare le potenze nucleari mondiali dell’esistenza della sua macchina, a patto di non perdere tempo, e di evitare mosse false. Ce la metterò tutta Vicky, e non commetterò errori. Soltanto per te. Come primo compito, era opportuno stendere immediatamente un sommario dei calcoli e dei particolari relativi alla macchina. Bisognava fare diverse copie del lavoro, e inviarle ad istituzioni e personaggi sparsi in tutto il mondo. Le spedizioni, e questa era una difficoltà minore, andavano scaglionate, tenendo conto dei tempi di consegna variabili nei diversi paesi, in modo che i plichi arrivassero a destinazione praticamente nello stesso tempo. Una difficoltà maggiore era rappresentata dal fatto che, appena le buste fossero state aperte, una quantità di gente, potente e senza scrupoli, avrebbe cercato di liberarsi di lui. L’unico modo per riguardarsi, pensava, era mantenere un segreto impenetrabile. Fino a oggi aveva ritenuto il cassetto della sua scrivania un posto abbastanza sicuro per chiuderci disegni e note originali, però, secondo alcuni colleghi, l’apparato di sicurezza della Westfield faceva ridere. Consegniamo pure i nostri piani ai sovietici, diceva la battuta più sfruttata, e resteranno cinque anni indietro di noi. Molto preoccupato, Hutchman scoprì che, di solito, non si ricordava neppure di chiudere il cassetto a chiave. Accellerò il passo, fece il corridoio quasi di corsa e piombò nel suo ufficio. Don Spain, curvo sulla sua scrivania, frugava tra le carte del cassetto di sicurezza.

«Ah finalmente, Hutch» disse, roco, sorridendo. «Ma dov’è il temperino?»

«Non lì dentro» scattò Hutchman, aggiungendo quasi involontariamente: «Tu stai spiando, brutto bastardo.»

Il sorriso di Spain si gelò all’istante. «Ma cosa ti prende? Stavo solo cercando il temperino.»

Hutchman andò alla porta di comunicazione con l’ufficio di Muriel, e la chiuse con violenza. «Non è vero» disse senza mezzi termini. «Sei venuto tante volte a cercare sul mio tavolo, che potresti trovare il temperino anche al buio. No, Spain, la verità è che sei un ficcanaso bastardo, e una spia.»

Delle chiazze color mattone apparvero sulle guance di Spain. «Ma chi credi…»

«E se ti trovo ancora in questo ufficio, ti faccio a pezzi.»

Sulla faccia di Don comparve uno sguardo incredulo, seguito da uno di rabbia. «Sta’ calmo, Hutch! Non mi interessano minimamente i tuoi maledetti scarabocchi, e se credi che permetterò a un pidocchio come te di parlarmi con quel tono…»

Hutchman alzò dal tavolo il pesante fermacarte e fece il gesto di buttarglielo addosso. Spain balzò di lato con comica agilità e sparì nell’ufficio di Muriel. Hutchman sedette alla scrivania, aspettando che i suoi nervi si calmassero. Erano anni che aspettava quel momento, però, nella situazione attuale, forse doveva controllarsi ancora per un po’. Ci avrebbero pensato Muriel e Spain a raccontare per tutta la Westfield la faccenda, e proprio nel momento in cui lui voleva passare inosservato.

Controllò il cassetto di sicurezza e si calmò scoprendo che la lista dei dipartimenti di stato, degli uomini politici e degli scienziati influenti era quasi in fondo al cassetto, piegata in modo che Spain, con tutta probabilità, non l’avrebbe mai notata. Comunque, d’ora in poi avrebbe sempre tenuto con sé i documenti importanti. Restava il problema della macchina. Hutchman balzò dalla seggiola e guardò fuori dalla finestra bagnata di pioggia, gli alberi con i colori dell’autunno. La macchina, che era facile da trasportare, non poteva rimanere al Jeavons. Se voleva ricattare le potenze nucleari e convertire le mega-morti in mega-vite, doveva metterla in un luogo segreto. Non aveva importanza se, alla fine, il nascondiglio veniva scoperto, perché la sua macchina sarebbe stata la prima di una lunga serie. Una volta reso pubblico il sistema di costruzione, altri ne avrebbero fabbricati nuovi esemplari, e di nascosto.