Nella strada il traffico serale era convulso e, a un certo punto, invece di svoltare a destra per imboccare la Crymchurch Road, Lucas dovette girare a sinistra e fare un giro di una ventina di minuti con il risultato che arrivò a casa molto dopo le dieci. La casa, dietro la fila dei pioppi, era tutta illuminata, come per una festa, ma quando lui entrò, passando dalla porta del garage, fu accolto da un silenzio profondo. Vicky guardava una rivista in soggiorno, e bastò un’occhiata alla sua faccia pallida e tesa per far venire in mente a Lucas che non l’aveva avvertita che avrebbe fatto tardi. La lampada a stelo dietro la poltrona proiettava un cono di luce color albicocca che illuminava le pagine della rivista, via via che le girava.
«Scusami» disse lui, posando la borsa su una seggiola. «Ho lavorato fino a tardi, in ufficio.»
Sua moglie girò due pagine, poi rispose: «Lo chiami lavoro, tu?»
«Chiamo il lavoro, lavoro. Tardi è tardi, e l’ufficio, ufficio» disse Hutchman, aspro. «Quale di queste parole non ti va?»
Vicky annuì, in silenzio, e continuò a sfogliare la rivista. In questa prima fase del litigio, Hutchman, di solito se la cavava egregiamente, perché sua moglie detestava parlare. Dopo, messo fuori uso il fioretto, si sfoderavano i randelli e lei avrebbe avuto la meglio. Però si arrivava a questo stadio solo nelle prime ore del mattino, e indubbiamente nessuno dei due sarebbe riuscito a dormire. L’idea di un’altra notte insonne riempiva Hutchman di rabbia impotente.
Si piantò davanti a Vicky. «Senti, non penserai davvero che sia stato con un’altra donna.»
Lei alzò la testa, con gli occhi stupiti nel viso disperato. «Non sono stata io a parlare di un’altra donna, Lucas. Perché l’hai fatto?»
«Perché stavi per farlo tu.»
«Non farmi dire quello che vuoi.» Vicky era arrivata alla fine della rivista, ma ritornò da capo e ricominciò a sfogliarla, esattamente come prima.
«Non ne avevo l’intenzione.»
«Lo sapevo. Come si chiama, Lucas? Maudie Werner?»
«Ma per l’amor di Dio, chi è questa Maudie Werner?»
«La nuova sgualdrina dell’ufficio calcoli.»
Hutchman ammiccò, incredulo. «Sentimi bene! Io, alla Westfield, lavoro, e non conosco questa tizia. Come fai a conoscerla tu?»
«Sei davvero indietro, Lucas. O fingi di esserlo. Ho parlato con la signora Dunwoody, la settimana scorsa, e mi ha detto che tutti ne parlavano, quando è arrivata Maudie Werner.»
Hutchman si voltò senza dire una parola e andò in cucina. Nello sforzo di dominarsi, non riusciva quasi a camminare. Prese dal frigo un pezzo di pollo freddo, dell’insalata russa e li mise in un piatto.
Ci siamo, pensò. È quasi una telepatia. La mente di Spain e quella di Vicky funzionano allo stesso livello subterreno. Salò il pollo, prese una forchetta da un cassetto e tornò in soggiorno.
«Senti Vicky, ma credi proprio che io sia una specie di maniaco sessuale? Uomini e donne, quando escono da una stanza, si buttano uno addosso all’altro come tanti conigli?»
«Ma di cosa parli?»
«Dell’impressione che a volte provo quando sento parlare te, e un altro paio di persone.»
«E tu» disse Vicky, sarcastica «mi accusi di essere pazza!»
Quando sua moglie finalmente andò a letto; Hutchman rimase a lungo nel buio, ascoltando gli aliti invisibili della notte che giravano per la casa. Frammenti della giornata si affacciavano alla sua mente, si riunivano, si dissolvevano, si ricomponevano in immagini nuove cariche di minaccia. Poi il sonno lo colse all’improvviso, portando con sé nuovi incubi.
4
Il mese di ottobre, dedicato interamente alla costruzione della macchina, fu, per Hutchman, un periodo difficile. Una via segnata da pietre miliari bifronti che gli indicavano, con una faccia, la distanza sempre minore verso la realizzazione del progetto e, con l’altra, l’abisso sempre più profondo che lo divideva da Vicky.
Una delle prime pietre miliari fu rappresentata dal giorno in cui acquistò il cristallo praseodimio e una quantità sufficiente di isotopo verde che gli consentivano di produrre, entro un periodo di tempo ragionevole, i cinquanta milligrammi di cestron. Quel giorno, era passato direttamente dal lavoro alla mensa del Jeavons per mangiare due panini alla svelta, evitando di attaccare discorso con gli altri, anche se aveva l’impressione di conoscere la donna bruna seduta a qualche tavolo dal suo. Quella sera lavorò più del solito, per mettere a punto il sistema di raccolta del gas, e, tornato a casa, si trovò chiuso fuori.
Ma è impossibile! Hutchman scosse la testa, incredulo, ma la chiave girava a vuoto nella serratura della porta d’ingresso, e anche l’entrata secondaria era bloccata. Smise di provare, e intanto guardava la sua ombra, sul viottolo illuminato dalla luna, mentre una parte della sua mente si abbandonava a pensieri futili, chiedendosi perché l’ombra della sua testa proiettata dalla luna sembrava più piccola della stessa ombra prodotta da un fanale. La casa era buia, silenziosa, estranea. A un tratto gli venne in mente che colpo sarebbe stato se lui, Lucas Hutchman, fosse stato costretto rimanere fuori per tutta la notte. Ed era forse ancora più impressionante scoprire che l’infantilismo di un adulto può avere la meglio sulla ragionevolezza di un altro. Provò, senza risultato, a tutte le finestre e alla fine tornò a quella della camera da letto dove cominciò a picchiare ai vetri. Via via che i minuti passavano senza che ottenesse risposta, cominciò a perdere il controllo e a battere coi pugni, sempre più forte, sperando di rompere il vetro.
«Vicky!» chiamava sottovoce. «Vicky! Vicky!»
La serratura, alla porta d’ingresso, scattò. Corse, pensando quasi con spavento, che cosa poteva fare a Vicky con quei suoi pugni, ma si trovò davanti David che lo guardava con l’aria di un fantasma.
«Mi dispiace, ma sono rimasto chiuso fuori.» Hutchman prese per un braccio il ragazzino in pigiama e lo portò in casa, chiudendo la porta col piede. Lo rimise a letto, poi andò nella camera dove Vicky, assolutamente immobile, fingeva di dormire. All’idea di potere allungare il corpo infreddolito e affaticato accanto al suo, anziché restarsene fuori nella vecchia Inghilterra dei maghi e dei briganti, la rabbia di Lucas finì all’istante. Si svestì in fretta, s’infilò tra le lenzuola e tentò di abbracciare la moglie. Lei, di scatto, saltò giù dal letto e corse a rifugiarsi in fondo alla camera, dove il suo corpo nudo era illuminato dalla luna.
«Non toccarmi.» La voce era spezzata, come di ghiaccio.
Lui si alzò a sedere nel letto. «Vicky, ma che cosa ti prende?»
«Non toccarmi, ti dico. Vado a dormire nell’altra stanza.»
«Ma perché fai così?» Hutchman parlava con tranquillità, sapendo perfettamente cosa c’era in gioco in quel momento. «Tu non andrai a dormire nell’altra stanza» disse, con fermezza.
«Non voglio dormire in quel letto. Per lo meno, non adesso.»
Non adesso, perché forse è contaminato da una brutta malattia, interpretò Hutchman. Riuscì ad evitare il tranello, mantenendo il silenzio. Però scese dal letto e andò verso di lei. Vicky uscì, scomparendo alla vista ma lui capì subito che aveva girato a destra, dirigendosi verso la porta d’ingresso. La seguì nel corridoio e, in quel momento, la porta si aprì e una ventata di aria notturna lo avvolse. Vicky era fuori, ritta in mezzo al prato.