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Io invece mi sento libero e leggero, piuttosto su di corda: mi sento così da tre giorni, da quando ho scaricato su Timothy la faccenda di Julian e dell’altro Oliver. Fra Javier sa il fatto suo: sgravarmi di quella porcheria era esattamente ciò di cui avevo bisogno. Tirarla fuori all’aperto, analizzarla, scoprire quale parte dell’episodio era quella che mi bruciava.

Perciò adesso, con Eli, sono rilassato e cordiale; la mia solita blanda cattiveria è assente del tutto; non ho nessuna voglia di punzecchiarlo ma aspetto soltanto, da buon gattone più tranquillo che mai, pronto a ricevere la sua pena e ad aiutarlo a liberarsene. Credevo che avrebbe sparato tutta di fila la sua confessione, nella fretta di sgravarsi l’anima: invece no, vuole parlare di altre cose. Eh già, procedere per vie traverse è tipico di lui.

Mi chiede quali sono secondo me le nostre probabilità in questa Iniziazione.

Io mi stringo nelle spalle e gli rispondo che ben di rado penso a cose del genere: mi limito a seguire la nostra giornata di lavori agricoli e meditazioni e ginnastica e scopate, dicendo a me stesso che ogni giorno che passa (comunque passi) mi avvicina sempre di più alla meta.

Eli scuote il capo. È ossessionato dall’idea di un fallimento imminente. All’inizio era sicuro che la nostra Iniziazione avrebbe avuto esito positivo, e le ultime vestigia di scetticismo rimanente in lui erano scomparse; credeva implicitamente nella veridicità del Libro dei Teschi, ed era altrettanto convinto che del dono là menzionato saremmo stati resi partecipi anche noi. Adesso invece la sua sicurezza a nostro riguardo è molto incrinata, anche se la sua fede nel Libro è ancora salda. Insomma, Eli è convinto che si sta avvicinando una crisi che distruggerà le nostre speranze.

Il problema, dice, è Timothy. Lui è certo che la tolleranza di Timothy nei confronti della Casa dei Teschi è giunta virtualmente alla fine e che fra un paio di giorni Timothy taglierà la corda, lasciandoci in grossi guai per via del Ricettacolo mutilato.

— La penso anch’io così — dico.

— Cosa possiamo fare?

— Non molto. Non possiamo mica obbligarlo a rimanere.

— Se lui va via, a noi cosa capiterà?

— E come faccio a saperlo, Eli? Suppongo che avremo qualche grana con i frati.

— Io non voglio lasciarlo andar via — dice, con improvvisa veemenza.

— Non vuoi? E come ti proponi di fermarlo?

— Non lo so ancora. Ma non voglio lasciarlo andar via. — Il suo volto si contorce in una maschera tragica. — Oh Gesù! Ma non capisci, Ned, che la faccenda sta andando in pezzi?

— Veramente mi sembrava che la stessimo tirando su per benino.

— Per un po’. Per un po’ è stato così. Adesso non più. Non abbiamo mai avuto molta autorità su Timothy, e adesso lui non si cura neanche più di nascondere la sua impazienza, il suo disprezzo… — Eli ficca la testa fra le spalle, come una tartaruga. — E poi la storia delle sacerdotesse. Le orge pomeridiane. Io me la cavo male, Ned. Non ce la faccio a raggiungere l’autodominio. È splendido avere a libera disposizióne quelle donne, ma io non riesco a imparare la disciplina erotica che dovrei invece padroneggiare.

— Ti stai arrendendo troppo presto.

— Non vedo nessun progresso. Non ho mai potuto durare abbastanza per tutt’e tre le donne. Per due, sì: un paio di volte. Per tre, mai.

— È tutta questione di pratica.

— E tu ci riesci?

— Me la cavo benino.

— Naturale. Tu te ne sbatti, delle donne! Per te si tratta solo di un esercizio fisico, come dondolare su un trapezio. Ma io non posso fare a meno di sentirmi coinvolto, Ned, io quelle ragazze le considero oggetti sessuali, quello che faccio con loro ha per me un enorme significato, e così… e così… Oh cristo, Ned, se non me la cavo in questa prova, a cosa serve sgobbare sodo in tutto il resto?

Sprofonda in un baratro di autocommiserazione. Io mormoro opportune parole d’incoraggiamento: non cedere, ragazzo mio, non arrenderti troppo presto. Poi gli rammento che il motivo per cui dovrebbe essere qui da me è la confessione. Lui fa cenno di sì col capo. Per un minuto o più rimane ancora in silenzio, distaccato, dondolandosi avanti e indietro.

Infine, di colpo, butta lì una domanda straordinariamente fuori di proposito: — Ned, ma lo sai che Oliver è un finocchio?

— Non mi sono occorsi più di cinque minuti, per scoprirlo.

— Lo sapevi?

— Non hai mai sentito il proverbio che dice "ci vuole un finocchio per riconoscerne un altro"? Gliel’ho letto in faccia la prima volta che l’ho visto. Mi sono detto: questo qui è un finocchio, che lui lo sappia o no; è uno di noi, chiaro come il sole. Gli occhi vitrei, la mandibola serrata, lo sguardo che tradisce brame represse, la crudeltà a malapena soffocata di un’anima stretta nei ceppi, di un’anima che soffre perché non le è consentito di fare quello che desidera disperatamente. Tutto quanto, in Oliver, è un indizio lampante: lo studio accanito, inteso come una forma di autopunizione; il modo in cui affronta gl’impegni sportivi; perfino quel suo frenetico portarsi a letto una ragazza dopo l’altra. È un classico caso di omosessualità latente, ecco.

— Non latente — dice Eli.

— Cioè?

— Oliver non è un finocchio solo potenzialmente. Ha avuto un’esperienza omosessuale. Una sola, d’accordo: ma gli ha lasciato un’impressione profonda, e ha influito su tutti i suoi atteggiamenti fin da quando aveva quattordici anni. Perché credi che ti abbia chiesto di dividere la stanza con lui? Solo per mettere alla prova il suo autodominio. Tutti questi anni, in cui non si è neppure permesso di sfiorarti, sono stati per lui una vera pratica di stoicismo. Ma ciò che lui vuole sei tu, Ned: non te ne sei reso conto? Non si tratta di omosessualità latente: è conscia, è proprio appena sotto la superficie.

Rimango a fissare Eli in silenzio. Ciò che ha detto è una cosa che forse potrei volgere a mio grande vantaggio; ma, a parte la speranza di ricavare un utile personale dalla rivelazione di Eli, sono rimasto affascinato e sbalordito dalla rivelazione in sé, come capita sempre quando si è messi al corrente di pettegolezzi riservati di questo genere.

Però avverto anche una sensazione sgradevole. Mi è venuta in mente una cosa che mi è capitata una volta a una festa di omosessuali, l’estate che ho passato a Southampton. C’erano due uomini che vivevano insieme da una ventina d’anni, e si sono messi a litigare violentemente, e a un certo punto uno dei due ha strappato via l’accappatoio di spugna dell’altro, lasciandolo nudo davanti a tutti noi, facendoci vedere il ventre grasso e tremolante, l’inguine praticamente glabro, gli atrofizzati genitali di un bambino di dieci anni, e gridandoci di guardare bene che roba aveva dovuto sopportare per tutto quel tempo.

Beninteso, quello smascheramento drammatico aveva fornito per varie settimane deliziosi pettegolezzi da cocktail-party; ma aveva lasciato me nauseato, perché io e tutti i presenti eravamo stati testimoni involontari della sofferenza intima di un altro, e io sapevo che a quel tale non era stato messo a nudo soltanto il corpo.

E adesso Eli mi viene a dire una cosa che sotto un certo aspetto potrebbe essermi utile, ma che nel contempo mi ha fatto ficcare il naso — mio malgrado — nell’anima di un altro.

Gli domando: — Dove hai scoperto tutto questo?

— Me l’ha detto Oliver ieri sera.

— Nella sua confess…

— Nella sua confessione, sì. Gli è capitato quando era ancora nel Kansas. Era andato a caccia nella boscaglia con un suo amico, un ragazzo maggiore di lui di un anno, e si sono fermati a nuotare, e quando sono usciti dall’acqua il suo amico l’ha sedotto, e Oliver ha provato piacere. E non ha mai dimenticato quel senso di totale estasi fisica, benché si sia guardato bene dal ripetere l’esperienza. Perciò tu hai perfettamente ragione quando dici che è possibile spiegare gran parte della tensione di Oliver, del suo carattere ossessionato, mediante il presupposto di un suo sforzo incessante per reprimere la…