E mi si accosta. Alza lo sguardo verso il mio. Basso com’è, mi arriva appena al petto. I suoi polpastrelli scorrono leggeri lungo il mio avambraccio.
— No — dico, scuotendo forte la testa. — Non toccarmi, Ned.
Lui continua a sorridere. A vellicarmi la pelle. — Non respingermi — bisbiglia. — Non rifiutarmi. Se mi rifiuti rifiuti te stesso, rifiuti di accettare la realtà della tua esistenza; e questo non è possibile, Oliver, non è vero? Non è possibile, se vuoi vivere per sempre. Io sono come una stazione dalla quale devi transitare nel corso del tuo viaggio. Lo sappiamo tutt’e due da vari anni; lo sappiamo molto bene. Adesso la cosa viene alla superficie, Ol. Tutto quanto viene alla superficie, ogni cosa converge verso questo istante, Ol, verso questo luogo, questa stanza, questa notte. Sì? Sì? Dimmi di sì! Oliver! Oliver, dimmi di sì!
40
Eli
Non so più chi sono o dove mi trovo. Sono in cimbali, in trance, in coma. Percorro — come se fossi il fantasma di me stesso — i gelidi corridoi della Casa dei Teschi, invasi dalle tenebre della notte. I teschi di pietra guardano giù verso di me, dalle pareti, e sogghignano. Io sogghigno di rimando Ammicco, getto baci.
Guardo la fila di massicce porte di quercia tutte chiuse, che retrocede all’infinito, e misteriosi nomi sfrecciano nella mia mente: questa è la stanza di Timothy, questa è di Ned, questa è di Oliver. Chi sono, costoro? Questa è la stanza di Steinfeld. Chi? Eli Steinfeld. Chi? E-li-Ste-in-feld. Una serie di suoni incomprensibili. Un insieme di sillabe prive di significato. E. Li. Stein. Feld.
Andiamo avanti! Questa stanza è di Fra Antonio, e in questa si può trovare Fra Bernardo, e qui Fra Javier, e qui Fra Claudio, e qui Fra Miklos, e poi Fra Maurizio, e Fra Leone, e Fra Tizio e Fra Caio, e chi sono questi frati, e cosa significano i loro nomi?
Altre porte ancora. Qui devono dormire le donne. Apro una porta a caso. Quattro lettini, quattro donne formose, nude, giacenti scomposte in un arruffio di lenzuola sgualcite. Non rimane nascosto nulla. Cosce, natiche, seni, fianchi. Volti inerti di dormienti. Potrei entrare nella stanza, entrare in quei corpi, possederli tutti e quattro, uno alla volta. Ma non lo faccio.
Avanti. Avanti, fino a una stanza senza soffitto, dalla quale si vedono le stelle luccicanti che brillano attraverso la nuda travatura. Più freddo, qui. Teschi sulle pareti. Una fontana, zampillante. Passo per le stanze pubbliche. Qui veniamo istruiti sui Diciotto Misteri. Qui eseguiamo i sacri esercizi ginnici. E qui è dove mangiamo i nostri cibi speciali. E qui… quest’apertura nel pavimento, questo omphalos, questo è l’ombelico dell’universo, l’accesso al Pozzo.
Devo andare giù. Giù, dunque. Odore di muffa. Niente luce, qui. La pendenza diminuisce: questo non è mica un abisso ma soltanto una galleria, e ora ricordo. Devo esserci già passato, in direzione opposta. Adesso una barriera, una lastra di pietra. Cede, cede! La galleria continua. Avanti, avanti, avanti. Tromboni e corni, un coro di bassi, le parole del Requiem che alitano nell’aria: Rex tremendae majestatis, qui salvandos salvas gratis, salva me, fons pietatis. Fuori!
Sbuco nello spiazzo dal quale sono entrato per la prima volta nella Casa dei Teschi. Davanti a me, il deserto spoglio. Dietro di me, la Casa dei Teschi. Sopra di me le stelle, la luna piena, la volta del firmamento. E adesso?
Attraverso a passi incerti la radura, supero la fila di teschi di pietra che la cinge, grandi come palloni da pallacanestro, imbocco lo stretto viottolo che si spinge nel deserto. Non ho in mente nessuna meta precisa. Mi lascio portare dai miei piedi. Cammino per ore o giorni o settimane.
Poi, sulla mia destra, scorgo un grande masso, di superficie ruvida, di colore scuro: il segnavia, l’enorme teschio di pietra. Alla luce della luna i suoi lineamenti incisi spiccano duri e netti, come nere cavità che contengano polle di notte.
Fratelli, meditiamo qui. Contempliamo il teschio che giace sotto il volto.
E così m’inginocchio. E così, utilizzando le tecniche insegnatemi dal pio Fra Antonio, estrofletto l’anima fino a inglobare il grande teschio di pietra, e mi purifico da tutta la vulnerabilità alla morte.
Teschio, io ti conosco! Teschio, io non ti temo! Teschio, sotto la pelle io porto tuo fratello!
E rido in faccia al teschio, e mi diverto a trasformarlo: prima in un uovo bianco e liscio, poi in un globo di alabastro rosa venato e screziato d’oro, infine in una sfera di cristallo di cui sondo le profondità.
La sfera mi mostra le torri dorate della perduta Atlantide. Mi mostra uomini irsuti coperti di pelli lanose, che saltellano bizzarramente alla luce delle torce davanti a tori dipinti sulle pareti di una caverna piena di fumo. Mi mostra Oliver che giace intontito e stremato fra le braccia di Ned.
Trasformo la sfera in un teschio scolpito alla buona in un masso di pietra nera; poi, soddisfatto, me ne torno su per il viottolo spinoso verso la Casa dei Teschi.
Non entro nel passaggio sotterraneo, ma invece proseguo intorno all’edificio e lungo la facciata dell’interminabile ala nella quale i frati c’impartiscono i loro insegnamenti; infine giungo al termine dell’edificio stesso, dove comincia il sentiero che conduce ai campi coltivati.
Mi metto a cercare erbacce alla luce della luna, ma non ne trovo. Accarezzo le pianticelle di pepe. Benedico le bacche e le radici. Questo è il cibo sacro, questo è il cibo puro, questo è il cibo che dà la vita eterna. M’inginocchio tra i filari, sul terreno freddo e bagnato e fangoso, e prego che la remissione venga estesa anche a me per i miei peccati.
Poi mi reco sull’altura a ovest della Casa dei Teschi. La salgo, mi tolgo i calzoni, e compio — nudo nella notte — i sacri esercizi respiratori: mi accovaccio, inspiro le tenebre, le mescolo col respiro interiore, ne traggo energia, la convoglio ai miei organi vitali.
Il mio corpo si dissolve. Divento senza massa né peso. Mi libro, danzando, su una colonna d’aria. Trattengo il fiato per secoli. Levito per eoni. Sfioro l’autentico stato di grazia.
Adesso è conveniente eseguire il rito della ginnastica: il che faccio, con una grazia e un agilità che non avevo mai raggiunto prima d’ora. Mi piego, giro su me stesso, mi fletto, spicco balzi. Mi getto in alto, batto le mani; metto alla prova ogni muscolo. Metto alla prova tutto me stesso fino ad arrivare ai limiti delle mie possibilità.
E intanto giunge l’alba.
Il primo bagliore di sole rimbalza verso di me da dietro le colline orientali. Assumo la posizione accovacciata e fisso il puntolino di luce rosea che cresce all’orizzonte, e bevo l’alito del sole. I miei occhi sono due condutture gemelle: la sacra fiamma vi si precipita dentro e penetra nel labirinto del mio corpo.
Su quella miserabile vampa ho un controllo assoluto: la dirigo a piacere, convogliandone il calore nel polmone sinistro, nella milza, nel fegato, nella rotula destra. Il rosso dell’alba smuore rapidamente nell’oro del mattino mentre il perfetto globo del sole varca la linea dell’orizzonte ed emerge in piena vista, e io faccio il pieno della sua radiazione.
Alla fine, rigonfio d’estasi, ritorno alla Casa dei Teschi. Mentre mi avvicino all’entrata, dalla galleria sbuca una figura: Timothy.
Ha ritrovato, chissà come, i suoi abiti. Ha il volto duro e teso, le mascelle serrate, lo sguardo cattivo. Appena mi vede, aggrotta la fronte e sputa per terra. Dopo quest’unico gesto di saluto, attraversa tranquillamente lo spiazzo dirigendosi al viottolo che conduce nel deserto.